Atomi in salsa francese
Giuseppe Onufrio*
L'accordo italo-francese riguarda una tecnologia, l'Epr, di cui, vale la pena ricordarlo, ancora nel mondo non funziona alcun esemplare. Due cantieri aperti ad oggi, uno in Francia (a Flamanville, partecipato da Enel al 12.5 per cento) e uno in Finlandia a Olkiluoto: in quest'ultimo, il primo a iniziare, sono evidenti enormi
problemi di rispetto dei tempi, che viaggiano al raddoppio, dei costi (già accertati 1,5 miliardi di perdita, si va verso il raddoppio dei costi) e della sicurezza, con oltre 2.100 «non conformità» registrate dall'autorità di sicurezza finlandese. Alcune di queste difformità hanno riguardato strutture importanti come il circuito primario (saldature fuori standard), le fondamenta del reattore (cemento con tenore troppo elevato di acqua), il circuito secondario che alimenta il generatore di vapore con tubature non conformi, la struttura interna in
acciaio affidata a una ditta specializzata in chiglie di pescherecci e fuori standard, e altro ancora. In Finlandia, secondo un sondaggio pubblicato il 23 febbraio della rete televisiva Yle (condotto dall'agenzia Taloustutkimus
su un campione di 1.000 interviste), esiste una maggioranza contraria a una ulteriore espansione del nucleare del 48 % contro il 37 % di favorevoli. Un altro tema riguarda la maggiore produzione di prodotti di
fissione dell'Epr, che come combustibile utilizza il Mox, una miscela di uranio e plutonio: rispetto a quelle convenzionali, si producono scorie da 4 a 11 volte più pericolose. Il costruttore francese, Areva, è all'87 per cento di proprietà pubblica ed è forse per questa ragione che l'ordine di un terzo Epr a Pelny, il secondo in Francia, sia stato annunciato dal Presidente Sarkozy e non da una azienda elettrica, come dovrebbe accadere normalmente in un mercato liberalizzato. Ma, del resto,
senza ordinativi nessuna azienda vive, e Sarkozy aveva già proposto l'Epr anche a diversi paesi nordafricani, le cui capacità tecnologiche non sono adeguate a gestirlo, tanto da essere definito da Greenpeace Francia un
"piazzista" nucleare.
Il sostegno pubblico all'industria nucleare in Francia è paradossale se si pensa che il suo piano di sviluppo delle rinnovabili è molto spinto, con un obiettivo del 23 % al 2020 e conferma la vocazione (storica) a esportare elettricità (di base), importando quella di picco anche dall'Italia (in attesa dell'eolico francese).
Eppure coi francesi qualche esperienza nucleare del passato non proprio positiva l'abbiamo sperimentata. Il reattore italo-franco-tedesco Superphenix, un reattore da 1.200 MW al plutonio, che doveva produrre più plutonio di quello che bruciava trasmutando l'uranio impoverito (abbastanza per 60 bombe l'anno, secondo i
resoconti parlamentari francesi dell'epoca), è stato forse il più grande fallimento industriale della storia con un valore bruciato di 10 miliardi di euro ai valori attuali, smantellamento compreso, un terzo a carico dei cittadini
italiani, che hanno pagato con la bolletta della luce.
Una quota tra il 60 e il 70 % del costo dell'elettricità da nucleare dipende dal costo dell'impianto. Ma quanto costeranno questi reattori? L'Ad di Enel dichiarava 3-3,5 miliardi l'uno lo scorso giugno, 4 a settembre (esiste anche un'inflazione nucleare), altre fonti dicono «fino a 6» (E.On impresa tedesca arrivata ormai anche in Italia). Lo stesso balletto delle cifre si è registrato negli Usa dove Bush nel 2007 aveva fatto approvare un fondo per prestiti a tasso agevolato da 18,5 miliardi di dollari. Se in quell'anno Moody's valutava i costi totali non inferiori a 7 miliardi di dollari per 1.000 Mw, l'impresa elettrica Florida Light&Power presentava un progetto per rifare due unità nucleari da chiudere valutando i costi a 8 i miliardi di dollari per 1.000 MW.
Quanto costeranno i reattori in Italia dipenderà anche dal tempo che metteranno (semmai) a costruirle: in Finlandia dovevano farlo in 4 anni e lo faranno, con una qualità tutta da verificare, in 8. Siccome il costo dell'elettricità da nucleare è legato al costo di investimento, sapere quale sia il costo finale è decisivo per dare
un giudizio sugli aspetti economici.
Ma dove potranno esser messi i quattro reattori Epr in Italia? Le necessità legate alla disponibilità di acqua e quelle della rete limitano abbastanza la scelta. Tra i siti tecnicamente pensabili, Caorso potrebbe ospitarne una (ma con torri di raffreddamento, il Po da solo non ce la farebbe specie in estate) e due a Montalto di
Castro, chiudendo la centrale a gas; ma non pare che le regioni e gli enti locali siano particolarmente favorevoli. Trino, Garigliano e Latina non sembrano siti adeguati a ospitare 1.600 MW e passa di un Epr, la più grande unità nucleare mai costruita.
Il rischio sismico è un altro tema sottovalutato. In Giappone, paese leader nelle costruzioni antisismiche, il terremoto che nel luglio del 2007 colpì l'«isola nucleare» di Kashiwazaki-Kariwa, 7 impianti per 8.000 MW, fece scattare l'allarme e le centrali furono chiuse. Anche se non ci sono state perdite di radioattività
significative, la verifica dei possibili danni all'interno di un reattore nucleare non è una cosa banale. I 7 reattori sono ancora chiusi (con una produzione mancata, solo nel 2008, di 50 miliardi di kWh) e, dopo 300 milioni di dollari di interventi alle due unità più danneggiate, si comincia a discutere di riavviare uno dei reattori.
Le quattro centrali dell'accordo italo-francese, quando andranno (semmai) a regime produrranno circa 45 miliardi di kilowattora all'anno e non costeranno meno di 20-24 miliardi di euro. L'obiettivo europeo per le rinnovabili, nel solo settore elettrico, prevede una produzione aggiuntiva di 50 miliardi di kWh all'anno al
2020. Se si assume l'obiettivo del 20 % di aumento dell'efficienza, 100 miliardi di kWh all'anno, (fattibili, come dimostra un rapporto del Politecnico di Milano elaborato per Greenpeace), il valore energetico totale è più che
triplo rispetto al nucleare. L'occupazione legata alla sola parte elettrica degli obiettivi europei è superiore ai 200.000 occupati (e ben più alta se si considerano gli usi termici), un valore dell'ordine delle 10 volte superiore al nucleare del governo. Su rinnovabili ed efficienza potremmo recuperare e in poco tempo: un
memorandum è stato presentato al governo da uno schieramento di associazioni ambientaliste insieme ad associazioni industriali delle fonti rinnovabili, e si attende risposta.
Negli Usa, finita l'era Bush, l'inversione di marcia sul nucleare è stata sancita dalla bocciatura di un emendamento repubblicano pro nucleare al pacchetto di stimolo dell'economia (per 50 miliardi di prestiti a tasso agevolato) mentre efficienza e fonti rinnovabili valgono 60 miliardi, tra fondi e detassazioni. Cosa
importante: dell'intero «pacchetto» proposto dal presidente Obama sono proprio fonti rinnovabili e efficienza che possono essere oggetto di uno scambio tecnologico con la Cina, uno dei maggiori finanziatori del debito Usa. Cosa che lascia ben sperare nella trattativa per il clima globale, che vedrà in dicembre una importante
tappa nella conferenza di Copenhagen in cui è in gioco il futuro del Protocollo di Kyoto.
Il governo italiano, invece di guardare avanti, guarda al passato, e si adopera a dare una mano a qualche lobby del nucleare e a soccorrere la Francia, ancora a corto di ordinativi.
*Direttore di Greenpeace Italia
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